Si torna a casa

Da queste vicende che nel giro di 45 giorni portarono alla distruzione dell’intera 8a Armata italiana, il duce, da Roma, ne uscì più che mai deciso, per salvare almeno la faccia, a continuare la lotta al fianco dei tedeschi.

La “Cosseria” e la “Ravenna”, costituite in Corpo d’Armata, dovevano essere rinviate al fronte. Ma non c’era più niente, né cannoni, né automezzi validi, nemmeno i muli, anche loro spariti nella bufera e i generali lo convinsero a riportare a casa tutti; per la fine del mese di maggio 1943 la tragica avventura in Russia della 8a Armata ebbe termine e i suoi resti furono tutti rimpatriati.

Io fui, anche in questo caso, fortunato. Ammalatomi di dolori articolari acuti e di un forte ingrossamento al fegato, fui destinato al rimpatrio anticipato.

La chiamata per la partenza arrivò una mattina di quasi primavera; era la fine di marzo. In quel giorno ho percorso, per andare alla stazione, gli ultimi dieci chilometri a piedi in terra di Russia.

Una tradotta ci attendeva e il viaggio di ritorno fu bellissimo. Dalla Bjelorussia scendemmo in Ucraina. giù fino a Winniza poi, attraversati i Carpazi, entrammo nella puzsta ungherese.

Eravamo giovani e contenti: nel nostro vagone il più allegro era un genovese completamente sdentato. Veniva rimpatriato e riformato perché aveva dimostrato ai medici di non essere in grado di mangiare niente di solido. Però spaccava le gallette con le gengive!

La sera, prima di addormentarci, tornavano i ricordi e ciascuno raccontava qualcosa di quello che aveva vissuto. Fra le altre cose ricordai e raccontai di un fatto strano capitatomi: appena arrivati in linea ci avevano fatto lasciare gli zaini al comando di Battaglione e ricordo di averli visti, ammonticchiati in file regolari e ricoperti da grandi teloni, verso la fine di ottobre.

Bene: durante la ritirata, non ricordo più dove, ma sicuramente fra Voroshilovgrad e Dniepropetrovsk, in una isba che ci aveva ospitati, ho visto sul vetro di una credenza una cartolina illustrata con un paesaggio, una città con un castello, che mi pareva di aver già visto. Presa la cartolina l’ho guardata sul retro: era indirizzata a me, me l’aveva mandata, quando ancora eravamo a Ventimiglia, un compagno di squadra andato in licenza: io la avevo tenuta fra le mie cose nello zaino ed era finita sulla vetrina di un’isba nella quale mi ci ero trovato per caso. La cartolina l’ho lasciata lì.

 

 

Il tempo passava allegramente, con bellissime giornate di sole, con la primavera che già dominava e i prati erano verdi e gli alberi in fiore. Sul lago Balaton bianche vele solcavano l’acqua grigio-azzurra e i primi turisti prendevano il sole sulla riva rispondendo al nostri allegri saluti. Eravamo felici che per noi fosse finita la guerra, felici di tornare a casa: in fondo il passato era già passato, anche se pesava ancora nel nostri cuori.

Un giorno mentre, seduto sul planale del vagone con i piedi a penzoloni guardavo la campagna immersa nel sole e la mente correva dietro al ricordi, oltre il ritmico rumore del treno, sentivo le voci di un coro che cantava una vecchia e triste canzone di guerra degli alpini: “Sull’Ortigara”.

Dapprima fievole e come esitante ma via via sempre più sicuro e vigoroso come se altre voci si fossero aggiunte alle prime. Il canto scaturiva dal vagoni di testa della tradotta e sembrava avvolgerla e accompagnarla nel suo viaggio verso l’Italia: ormai era un coro a voci spiegate pieno di armonia e cantavo anch’io con loro a mezza voce mentre davanti a me scorrevano prati e campi arati e boschi.

“Cosa stai cantando?”

La voce di un compagno che mi parlava ruppe l’incantesimo.

Erano solo canti evocati dal miei ricordi, voci che si formavano nella mia mente: erano le voci degli amici rimasti nella neve, voci di quanti non sarebbero più tornati, voci di 80.000 soldati, fanti, alpini,. Bersaglieri, genieri, artiglieri, militi, autieri, cavalleggeri… accomunati nella morte come in una immane tregenda, che cantavano la loro ultima canzone a noi, vivi, per non essere dimenticati:

 

“Nella valle c’è un cimitero, cimitero di noi soldà…”.