Settembre agitato

Primi giorni di settembre. Poco dopo la mezzanotte suona improvviso l’allarme. Quasi tutta la compagnia viene trasportata in linea con le camionette. Facciamo un ultimo tratto a piedi fino a un avvallamento dove i plotoni prendono posizione. Brambilla ci raccomanda, sottovoce, di non perderci di vista l’un l’altro. La squadra si attesta su una collinetta, al riparo di alcune querce, da dove dominiamo un pendio aperto e degradante verso il Don. Il tenente ci dice che alcuni battaglioni di fanteria russa sono di qua dal fiume e hanno impegnato alcuni nostri capisaldi. Si teme una ripresa dell’attacco e il nostro compito è di rinforzare la linea di difesa. Sulla destra si sentono raffiche di mitragliatrice e scariche di fucileria, grida più vicine, ancora colpi di fucile, ma sulla nostra posizione non c’è nessun movimento.

Verso le tre comincia a far giorno. Riprendono da destra, con più insistenza, i nostri mitragliatori a cui rispondono raffiche veloci di parabellum – sono le mitragliette a 72 colpi del nemico – e poi vediamo, lontani, i russi, seminascosti nell’erba alta, che cercano di salire il pendio verso la nostra posizione. Anche noi cominciamo a sparare, ma tutto si risolve in breve tempo. Forse perché è mancata loro l’azione di sorpresa, desistono dall’attacco e si ritirano. O forse era solo un tentativo di saggiare la nostra reazione.

Ci fanno, però, restare in posizione tutta la giornata: solo la notte successiva, con la situazione stabilizzata, possiamo ritornare al nostro accampamento.

La compagnia segnala anche, nei suoi ruolini di operazioni, i primi due feriti. Sono stati la causa delle prime sparatorie. Quando il loro plotone aveva preso posizione, erano rimasti indietro di un centinaio di metri per… fifa eccessiva; era loro intenzione restare fuori dalla mischia ma poi, forse timorosi di una punizione se fossero stati scoperti, si erano avvicinati pian piano, camminando accucciati; nel buio, con la tensione di quei momenti, erano stati scambiati per russi infiltrati dietro le nostre linee e presi a fucilate.

 

 

Il capitano.

Il comandante della compagnia è un ufficiale di carriera. Non ci è tanto simpatico. Sembra mandato in Russia solo per assicurarsi che i suoi soldati si allaccino bene i bottoni della giubba e che portino la stecca nella bustina; infatti un ordine del Comando di Divisione impone che la bustina sia sempre portata con le punte ben tese per mezzo di una stecca di legno. Evidentemente un soldato senza la stecca non è un buon soldato.

E sotto il suo comando che una notte quasi tutta la compagnia viene portata, in fretta e furia e nel massimo silenzio, nella “terra di nessuno”. Ci fanno sostare e stendere a terra, armi in pugno, vicino all’isba e con l’ordine di stare attenti perché “ci sono infiltrazioni di pattuglie russe. In silenzio ci attestiamo in modo da avere libera visuale da tutti i punti, mentre il vecchio Brambilla ci brontola le sue raccomandazioni, e aspettiamo scrutando e ascoltando nel buio. Non si sente nessun rumore se non, lontano e smorzato, il mormorio del fiume. Gli ufficiali sono a rapporto dal capitano. Dopo un po’ arriva il tenente e ci ordina di spostarci cautamente verso il costone sul Don. Ci mettiamo in posizione, con le armi puntate contro l’altra sponda, ma tutto è calmo. Poi da una squadra sulla nostra sinistra partono alcune raffiche e da un punto al di là del fiume risponde una mitragliatrice. Scorgiamo le scie delle sue traccianti mentre arriva l’ordine di far fuoco a volontà. Spariamo, ma è buio e l’obiettivo al di là del Don è invisibile e imprecisato: non abbiamo pallottole traccianti per vedere almeno dove vanno a finire i nostri colpi e di fatto spariamo a casaccio. I russi rispondono, altre postazioni aprono il fuoco contro le nostre linee, ma abbiamo l’impressione che neanche loro sappiano bene dove e contro cosa sparare. Il tutto dura un quarto d’ora, poi arriva l’ordine di cessare il fuoco e di ritirarci verso l’isba dove ci raduniamo per ritornare subito all’accampamento.

E il pericolo? E le infiltrazioni di pattuglie russe?

Il mattino dopo. per andare alla buca del gabinetto, devo passare per forza vicino alla tenda del comando di compagnia. Gli ufficiali sono radunati attorno al tavolo, con i bicchieri in mano, che brindano assieme al capitano. Non capisco perché. Già la notte scorsa durante il ritorno al campo ne avevo parlato con Brambilla e con Borsa; ci eravamo convinti che non c’era stata nessuna infiltrazione di pattuglie russe: ci hanno fatto sparare solo al di là del fiume. Anche ora ne siamo sicuri e ci è quindi incomprensibile il brindisi; forse una risposta ci viene qualche giorno dopo quando, senza salutare nessuno, il capitano di carriera parte per l’Italia.

Non è questione di essere maligni, ma molti ufficiali di carriera hanno fatto così: è sufficiente, infatti, essere stati tre mesi in “zona di operazioni” per guadagnare la medaglia commemorativa di una “Campagna di Guerra” e, per un ufficiale di carriera, l’aver comandato un reparto in guerra e un’ottima pedana di lancio per una promozione.

Se poi, e qui sono maligno, ci può aggiungere un encomio solenne o una piccola decorazione “per aver tempestivamente e audacemente respinto un tentativo del nemico di infiltrarsi nelle nostre linee”, allora la carriera è assicurata.

 

 

Lo sostituisce un capitano richiamato, professore di matematica, arrivato da pochi giorni con i complementi. Ormai, nella nostra compagnia, gli ufficiali sono tutti di complemento, richiamati o di leva.

Il nuovo capitano fa appena in tempo a guardarsi intorno che, verso la fine di settembre, dobbiamo intervenire di nuovo a rincalzo di un nostro caposaldo sulla destra di Kosharnji dove dal mattino i russi hanno sferrato un attacco e, passati al di qua del Don, si sono infilati in alcuni canaloni tentando di aggirare le nostre postazioni.

Si spara su tutta la linea del fronte, sparano anche i cannoni della artiglieria divisionale e ne sentiamo il rumore di “pentolame” che passa alto sulle nostre teste. Dicono che i russi hanno attraversato il Don a piedi utilizzando alcuni guadi che si sono resi praticabili per il basso livello delle acque del fiume. Anche stavolta dobbiamo restare in posizione tutta la giornata mentre si susseguono, alternate a periodi di silenzio, scariche di fucileria e colpi di cannone. Siamo appostati in un camminamento dominante l’accesso a un profondo canalone. Lontano, sulla sinistra, il Don fa una curva e continua quasi in direzione verticale alla nostra. Là ci sono gli alpini arrivati in linea da poco tempo. Sulla destra si stende il monotono paesaggio di colline e di balke che degradano verso il fiume.

Si spara ancora. Le salve dell’artiglieria russa arrivano sollevando alti pennacchi di fumo; riconosco il rumore dei nostri fucili mitragliatori, qualche raffica di parabellum, il più possente crepitare dei mitragliatori Breda e il lento e forte tam-tam dei fuciloni automatici da 20 mm dei russi.

Lontano, oltre Gorokovka, le nostre artiglierie sparano sull’altra sponda del fiume: a causa della distanza, prima si vedono i lampi e le nuvole di fumo sollevate dall’esplosione, solo dopo si sentono nell’aria i rumori dei proiettili che passano e infine gli scoppi. E una sensazione di irrealtà, come se stessimo osservando la scena da un’altra dimensione.

Sulle nostre posizioni, per fortuna, non succede nulla e verso le tre del pomeriggio, pian piano. tutto si calma: cessano le raffiche, cessano le artiglierie e solo ogni tanto si sente il consueto e solitario ta-pum di qualche cecchino. All’imbrunire i russi, approfittando dell’oscurità, ritornano al di là del fiume accompagnati dalle ultime raffiche delle nostre Breda e poi tutto è silenzio.

Ritornati all’accampamento veniamo a sapere che nei reparti dell’89° e del 90° reggimento che sono in linea sulla nostra destra, ci sono state molte perdite.

 

 

Il capitano ha ricevuto l’ordine di predisporre altre postazioni di vedetta attorno alla compagnia, ne vuole rilevare le posizioni e ha bisogno di qualcuno che lo aiuti nel tracciamento e nel disegno. Il sergente furiere Vio gli fa il mio nome e così, per alcuni giorni, seguo il capitano nel suo girare attorno all’accampamento e lo aiuto a tracciare qualche linea e a piantare picchetti. Per l’orientamento utilizza l’orologio come bussola solare perché, nella dotazione della compagnia, non è compresa una bussola!

È un uomo gentile, alla mano, e parliamo spesso di tante cose: mi chiede di me e della mia famiglia, mi parla dei suoi figli, mi chiede dei miei progetti per il futuro; divento il suo accompagnatore fisso per tutti gli spostamenti che deve fare. Ogni tanto pesca in una delle sue tasche di dove cava fuori una tenaglia, un pezzo di spago, del filo di ferro arrotolato o altre cose simili e finalmente un pezzo di pane che divide in due parti uguali.

 

Non so quale comando, se del battaglione o del reggimento, decide di ripagare i russi per le frequenti visite che ci fanno di notte, con le loro pattuglie.

C’è una grossa barca, all’imboccatura di un canalone, sulla riva del Don dalla nostra parte. Bisogna andare a recuperarla, e tocca a noi. Mentre due pattuglie con fucile mitragliatore si appostano in alto sui bordi della scarpata, il resto del plotone scende lungo l’alveo del canalone. La barca è rovesciata a circa 50 metri di distanza. È una sagoma grande e tozza, con la chiglia piatta. A un ordine del tenente i fucili mitragliatori iniziano un fuoco di sbarramento sull’altra riva del fiume, mentre noi, saremo una trentina, partiamo correndo divisi su due file, ci affianchiamo alla barca, la solleviamo per i bordi e di corsa ritorniamo al riparo mentre le prime raffiche della reazione russa ci passano sopra le teste. La barca l’abbiamo portata nelle retrovie, lasciata sul limitare del bosco, dove un ufficiale è venuto a prenderla in consegna.

Di questa barca ne abbiamo sentito parlare per qualche giorno. È stata osservata, controllata, riparata, calafatata, verniciata, forse fotografata per i posteri, infine messa in acqua guidata da due soldati genovesi, provetti marinai, con una pattuglia di volontari per una azione di disturbo in zona russa.

I provetti marinai, che non conoscevano né la barca né le particolari correnti del Don, non sono riusciti a governarla, sono andati alla deriva per un paio di chilometri e sono stati presi a fucilate dalle vedette russe. Fortunatamente sono approdati dalla nostra parte. La grande azione dimostrativa è fallita. La barca è ancora sulla nostra sponda del Don, forse a una cinquantina di metri da un qualche canalone e tutto è ritornato come prima.

Di azioni di guerra in barca non ne abbiamo più sentito parlare. E forse qualche Alto Ufficiale si starà chiedendo per l’ennesima volta, come fanno i pattuglioni russi a venirci a trovare di qua dal fiume senza che nessuno se ne accorga.

mappa

dislocazione 8 armata

Dislocazione dell’8a Armata