Premesse

A Sara, Sebastiano e Andrea

LETTERA AI NIPOTINI

Cari nipotini,

prima che incominciate a leggere, è bene che io metta in chiaro alcune cose:

– non sono uno scrittore e non ne ho la pretesa. Le uniche mie opere letterarie, purtroppo andate perdute, sono state le lettere che scrivevo, da giovanotto, alla vostra nonna per convincerla delle mie buone intenzioni. Lei diceva che erano bellissime, ma si sa che il parere di una persona direttamente interessata non può mai essere obiettivo. Quindi non aspettatevi una prosa forbita come io non mi aspetto di essere giudicato per il mio stile letterario;

– non sono stato un eroe e non l’ho mai detto. Gli eroi sono pochi e quelli li studiate già nei libri di scuola; se poi aver combattuto finché è stato umanamente possibile in condizioni di vergognosa inferiorità, contro i russi e contro il freddo è eroismo, allora tutti i 230.000 soldati mandati in Russia sono stati degli eroi. Ma da me non aspettatevi gesta tipo “Rambo”, non ne ho mai avuto il fisico né, per mia fortuna, la mente e, pertanto, non mi aspetto nessun “ohhh!!!” di ammirazione.

A questo punto è logico che mi domandiate: “Ma allora, nonno, perché scrivi?”

Scrivo perché, a 46 anni di distanza, non riesco ancora a dimenticare ciò che ho vissuto e perché, in tutti questi anni, non ho mai trovato nessuno che abbia avuto il coraggio e la costanza di ascoltare la mia storia. Ho tentato più volte di raccontarle, le mie gesta. a qualche amico catturandolo di sorpresa, ma dopo un po’ vedevo i suoi occhi vagare alla disperata ricerca di qualcuno che lo venisse a salvare, mentre sentivo la sua attenzione affievolirsi e svanire. Allora, se eravamo al bar, gli offrivo un’ombretta di vino bianco e lo lasciavo andare libero. Per la verità, una volta, ho riscontrato in un interlocutore viva partecipazione al mio racconto: mi ascoltava e annuiva con molta attenzione ma alla prima pausa, che ho dovuto fare se non altro per riprendere fiato, si è infilato nel mio discorso e ha incominciato a raccontarmi la sua guerra perché, anche lui, era un ex-combattente.

Perciò, a voce, ogni mio tentativo di arrivare fino in fondo è andato sempre miseramente fallito; così ho deciso di scriverla, la mia storia di guerra. Nessuno è più riuscito a fermarmi e stavolta l’ho raccontata tutta intera.

Cosa ho scritto? Di tutto quello che mi ricordo. Di guerra e no. D’altra parte i ricordi di guerra di un soldato semplice sono ricordi semplici. Non sempre c’è il “clangore” della battaglia. Solo i generali nelle loro “Memorie”, ricordano il “supremo valore” e “l’estrema audacia”. I soldati semplici, invece, vivono e muoiono in guerra e nessuno se ne accorge.

Ma quelli che tornano, cari nipotini, si portano dietro i loro ricordi e, se trovano qualcuno che li ascolta, li raccontano volentieri.

Dopo la 1a guerra mondiale, per ricompensare i soldati dei sacrifici patiti, il regio governo promise a tutti i reduci un premio di L. 1.500 (che nel ’18 erano una grossa cifra) ma distribuì invece una polizza del valore nominale di L. 1.500 da riscuotere dopo 35 anni, polizza che fruttava un interesse irrisorio. Quando nel 1953, quelli che non erano morti o non l’avevano perduta, andarono a riscuoterla si ritrovarono con 2.250 lire pari, allora, a una giornata di lavoro di un manovale.

Naturalmente anche in Parlamento si parlò di questa vergogna e nel 1968 la nostra Repubblica, per riparare all’ingiustizia, decise di nominare gli ex-combattenti superstiti cavalieri dell’Ordine di Vittorio Veneto (in Italia un titolo di cavaliere non si nega a nessuno), di dare loro una medaglia d’oro ricordo, per la verità molto piccola e sottilissima (ma, come si dice, basta il pensiero) e un assegno vitalizio di L. 5.000 mensili, presso a poco pari a due litri di vino.

Per aver diritto a tutto questo gli ex-combattenti dovevano compilare una domanda su un modulo prestampato, cosa difficilissima per chi ormai aveva 70 anni e più e poca dimestichezza con la penna; allora venivano da me, che ero e sono ancora presidente degli ex-combattenti.

Per poter compilare il questionario dovevo farmi raccontare dove e con quale reparto avevano combattuto.

I colloqui si svolgevano presso a poco così:

“Dove eravate?”

“Mi, sior, jere trombetier”.

 

“Ma dove e in quale zona?”

“Mi sempre drio al colonelo co la tromba, sior”.

 

“Ma eravate in prima linea?”

“Sior, i coloneli no i jera sempre in prima linea!”.

 

Un altro colloquio:

 

“Voi, dove eravate?”

“Mi jere soto ‘l Montel”.

 

“Con che reparto?”

“Co la compagnia zapatori, sior. Noialtri se scavea le trincee drio ‘l Piave”.

 

“Allora eravate con reparti di prima linea!”

“Si, sior, noialtri sempre primi; anca quando i taliani à fat l’ofensiva noialtri son stati i primi a passar par de là del Piave”

 

“Bravo! E come è andata?”

“Eh, sior, l’è rivà subito i cruck e i ne à fat prigionieri”

 

“E dove vi hanno portato?”

“I ne à mandà a scavar trincee drio ‘l Piave, sior”.

 

Ricordi di guerra. I reduci della 1a Guerra Mondiale che l’avevano vinta e che avevano vissuto la gloria e l’euforia del ritorno, accolti da un tripudio di folla e di bandiere, si sentivano eroi e col passar degli anni lo diventavano sempre più; le loro memorie ingigantivano i fatti e anche le più piccole scaramucce, col tempo diventavano epiche battaglie.

Un vecchio fante, carissimo amico, nel giugno 1918 si trovava sul Montello a difesa della linea del Piave quando gli austro-ungarici sferrarono l’offensiva d’estate, passando il fiume e risalendo le pendici del Montello. Era, quella nemica, un’offensiva disperata nella quale avevano impegnato tutte le loro forze residue.

Il mio amico la ricordava così: “I cruck i vignea su dal Piave fissi come piegore; noialtri là a sparar co le metralie ma no i se fermea; alora noi avanti a sparar coi fusii ma lori, morti i primi, ghe ‘n vegnea su altri, sempre de pì e sempre pì fissi.

Alora ‘l capitano, co la siabola in man l’è saltà su in piè sora la trincea zigando: compagnia avanti. Avanti Savoia!… Avanti!… Avanti!… e noialtri avanti… fin che i me à ferì”.

 

A sentirlo ricordare quell’episodio di certo epico, con la voce vibrante che gridava “Avanti Savoia! Avanti!” era facile immaginare la scena e vedere questo fante eroico partire d’impeto al grido di incitamento del suo capitano e cadere ferito al petto.

In effetti il poverino era sì stato ferito, ma nelle natiche, in un momento in cui non stava di certo correndo incontro al nemico.

Noi invece, reduci della seconda guerra mondiale, che l’abbiamo persa e che al nostro ritorno non abbiamo trovato ad accoglierci né bandiere né applausi, non corriamo assolutamente il rischio di esaltarli i nostri ricordi.

Perciò quello che ho scritto è, senza esagerazioni, proprio quello che ho fatto e vissuto. Che, in effetti, non è poi tanto.

Sì, c’è dentro anche qualche mia considerazione personale ma questa, miei cari nipotini, me la dovete concedere. Sono passati 46 anni: in questo tempo ho avuto modo di leggere libri di Memorie e di Resoconti, ho parlato con amici reduci dalla Russia e dai suoi campi di prigionia e con loro ho ricordato e rivissuto quegli eventi; da quelle letture e da quelle lunghe chiacchierate mi sono sempre illuso di arrivare alla verità, a una verità che mi portasse a qualche conclusione positiva.

Ne ho tratto invece convinzioni molto amare specialmente sul come quegli eventi sono stati preparati, condotti e diretti. Nemmeno la lettura della “Relazione Ufficiale” sulle operazioni di guerra al fronte sovietico è riuscita a mutarle. Anzi, a saperla leggere bene, le cause principali del perché l’avventura in Russia della 8a Armata italiana si è trasformata in tragedia sono tutte spiegate lì dentro.

 

Cari nipotini, sono certo che a questo punto vorrete che vi dica per chi ho scritto questi ricordi. Li ho scritti per voi affinché vi rendiate conto che le guerre non sono come ve le raccontano nei libri di storia. Le guerre non sono fatte dell’atto eroico di Enrico Toti o del sacrificio, pur sublime, di Cesare Battisti, ma sono fatte della somma dei dolori, delle sofferenze, delle ansie e delle paure di milioni di uomini semplici mandati a combattere e morire, senza gloria e senza fanfare, col falso scopo dell’onor patrio e per motivi assurdi e sempre inutili. Milioni di uomini semplici, giocati come pedine nella scacchiera dell’orrore.

Un’altra e ultima cosa vi voglio dire, nipoti carissimi. Tutti i generali che hanno avuto autorità di comando in guerra avranno dovuto fare una relazione ai loro superiori sulle attività operative della loro Unità. Molti avranno anche scritto le loro Memorie, come ho fatto io. Non ne ho lette, non ne ho avuto l’opportunità, ma sono pronto a scommettere con voi un soldino che nessuno di loro nel fare, se lo ha fatto, il conto delle perdite subite, ha scritto: “Sono addolorato per i tanti giovani che sono morti e per i loro cari che li hanno attesi invano”.

Con tanto affetto il vostro

nonno Gigi

Cornuda, dicembre 1988

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