Pasqua 1943

A Udine, con la mamma, il papà e l'amico genovese... "sdentato"

A Udine, con la mamma, il papà e l’amico genovese… “sdentato”

Fummo convogliati a Udine per trascorrere quella che era chiamata “quarantena”, una specie di disinfestazione.

Fummo relegati in una grande caserma fuori città; ci era proibita la libera uscita, non potevamo avere nessun contatto con i civili, quasi fossimo dei lebbrosi.

In quel periodo, se ce n’era ancora bisogno, finivamo di spidocchiarci e ci purgarono per bene. Ogni sera, come rancio, c’era invariabilmente una gran gavetta di minestrone col riso, di norma stracotto, che aveva uno strano sapore: ci mettevano del sale amaro, purgativo. Ma mi servì: guarii così bene dal mal di fegato per il quale ero stato rimpatriato che quando mi presentai a Genova, all’Ospedale Militare, per la visita di controllo, mi spedirono direttamente al reggimento senza quella licenza di convalescenza nella quale speravo.

Me ne importò ma non più di tanto. Avevo già rivisto i miei genitori che erano venuti a trovarmi la domenica di Pasqua a Udine. Quel giorno, malgrado la proibizione di uscire, la caserma si svuotò. I militari del corpo di guardia all’ingresso non ebbero il coraggio di fermare le mamme, i papà, i parenti che erano arrivati e che volevano uscire con i loro soldati tornati dalla Russia.

Nella mia camerata era rimasto solo il mio amico genovese, quello sdentato, che per quel giorno non aspettava nessuno. Mia madre lo prese sottobraccio e lo portò con noi.

E fu quel giorno, mentre ogni tanto papà si asciugava qualche lacrima di commozione e la mamma ricominciava a farmi le solite raccomandazioni di sempre che sentii davvero di essere ritornato a casa.

 

Finito di scrivere nel dicembre 1988