La marcia verso il Don

Finalmente a terra. Siamo contenti di poterci muovere liberamente e, mentre si completa lo “sbarco” e ci raduniamo, la stazione tutta risuona di voci, di grida e di risate. Il reparto si mette in marcia e usciamo dalla stazione. Subito ci colpisce un altro incontro colla guerra che non è quella degli eroi.

Una colonna interminabile di prigionieri russi sta passando spinta dalle incitazioni in tedesco dei soldati di scorta; ogni tanto si sente qualche solitario colpo di fucile. Guardiamo sorpresi questa marea di gente ma non ci rendiamo conto di quello che succede. Dopo un quarto d’ora i prigionieri sono passati ma alcuni di loro sono rimasti là, distesi sui lati della strada, uccisi da quei solitari colpi di fucile. Proseguiamo, muti, la nostra marcia: ci è passata la voglia di ridere.

Si resta accampati in un querceto per alcuni giorni e poi cominciano le marce verso il Don.

Da principio si cammina di giorno ma il caldo è tremendo, caricati come siamo dello zaino, del telo da tenda con i picchetti, fucile con giberne e caricatori e dell’elmetto, con il sole che picchia su tutto. Quando qualcuno non ce la fa lo portano via con un’autocarretta che funge da ambulanza. Per fortuna, quasi subito, cambiano orario; si cammina di notte, dalle nove di sera fino a metà mattina e tutto diventa più facile (*)

 

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Bisogna tenere presente che i nostri orologi sono sempre stati regolati con il meridiano di Roma e di conseguenza eravamo in ritardo di due fusi orari con l’ora locale. Pertanto quando i nostri orologi segnavano le 10, in realtà erano le 12; in quella estate alle “nostre” ore 3 del mattino era giorno fatto.

 

 

Il tempo è sempre bello e piove molto raramente. Ma quanta polvere! Attraversiamo la steppa dell’Ucraina, immensa e sempre uguale: un interminabile saliscendi di colline e avvallamenti appena accennati; distese a non finire di orzo e grano maturi, solo in parte mietuti e raccolti in enormi biche brune, e campi di girasoli: grandi occhi scuri con le ciglia giallo-oro.

La strad, in terra battuta riarsa dal sole, a tratti è nera e lucida come asfalto. Evidentemente le colonne di camion passate dopo l’ultima pioggia hanno rassodato e levigato il terreno come un biliardo, lasciandovi anche il nero delle gomme: ma dove la strada non è nera e lucida c’è polvere rossa per tutti. Di giorno e di notte ci sorpassano colonne e colonne di autocarri. Sono le divisioni tedesche autotrasportate che vanno verso il fronte. Noi procediamo nel polverone, in fila su un lato della strada, a piedi, curvi sotto il peso dello zaino e i tedeschi ci guardano e ridono.

Attraversando Rikowo, durante una delle prime tappe di trasferimento, passiamo in silenzio davanti a un cimitero di guerra italiano: vi sono raccolti i Caduti del C.S.I.R., una grande distesa di croci bianche allineate su un prato verde.

Giorno dopo giorno si attraversano piccoli villaggi quasi sempre allineati in lunghe file ai lati della strada; piccole case in legno intonacate all’esterno con un impasto di terra e colorate a calce bianca, un grande tetto di paglia, ognuna con attorno un piccolo orticello recintato.

Sono le isbe, casupole che sembrano denotare una miseria più grande di quella dei mezzadri e fittavoli delle nostre parti, dove ho visto pavimenti in terra battuta e finestre con vetri di cartone. Invece saranno proprio queste isbe che ci salveranno dal gelo. Le donne con grandi fazzoletti bianchi sulla testa per ripararsi dal sole, alcuni bambini e qualche vecchio ci guardano passare, immobili e in silenzio. Ogni tanto attraversiamo o giriamo attorno a qualche grossa città, Voroscilovgrad, Millerowo, ma non c’è il tempo di fermarsi.

Dopo un paio di settimane la nostra direzione di marcia si fa incerta: le tappe diventano più corte e sembra di girovagare senza una meta precisa: durante le soste viene rinforzata la sorveglianza attorno all’accampamento e gli ordini sono più rigidi: si deve stare all’erta, ci stiamo avvicinando al fronte.

Ai bordi della strada i resti della battaglia recente diventano evidenti: automezzi abbandonati, qualche cannone fuori uso, un carro armato con la stella rossa, che forse perché lo vediamo così da vicino ci sembra più grande di quelli tedeschi, riverso in un campo di girasoli con un cingolo spezzato. Anche la nostra “Celere” deve aver preso parte a questa battaglia perché c’è un nostro carro armato L/6: è una piccola “scatoletta di latta” rimasta con le gambe all’aria, la corazza bucata, lo sportello aperto e dentro tutta verniciata di bianco come una bomboniera.

Una mattina, mentre risaliamo un sentiero polveroso verso la solita collinetta a pan di zucchero con in cima due mulini a vento, vediamo un cartello stradale su cui sta scritto “Orobinski” e, sotto, due frecce che indicano “Sanremo” a destra e “Ventimiglia” a sinistra.

Da Ventimiglia, sede del nostro reggimento, eravamo partiti e, scritta così la nostra destinazione, ci sembra di essere arrivati a casa.

Verso la metà di agosto mettiamo le tende nel bosco di Kosharnji.