Kantemirovka e il caos

19 dicembre.
È un’altra alba come tante, fredda, grigia e ventosa, quella che ci aspetta quando usciamo dall’isba. Sulla pista c’è già molto traffico: sono numerosi i gruppi di soldati che si dirigono verso Kantemirovka. Assieme agli italiani ci sono tedeschi e romeni con la divisa color kaki e quello strano cappello a tronco di cono con risvolti di pelliccia. Ci raduniamo sul bordo della strada e chiedo se c’è qualcosa da mangiare: ma la slitta con i viveri è sparita durante la notte e così resto ancora a digiuno.

Riprendiamo a camminare nel vento, che stamattina è particolarmente gelido e che solleva un nevischio sferzante; ben presto il freddo si insinua sotto questo pastrano da climi temperati, arriva alla pelle, penetra anche oltre la panciera di lana che ho infilato sotto il passamontagna e che dovrebbe proteggermi il volto e il collo. Le tempie, le guance e le orecchie, dalla parte dove soffia il vento, sono lastre di ghiaccio e sembra che fitte sottilissime di gelo le stiano screpolando e sgretolando in tanti pezzetti. Andiamo avanti in silenzio, ansanti, contro il vento, guardandoci ogni tanto l’un l’altro per farci un po’ di coraggio; a un certo punto il caporalmaggiore Borsa prende da terra un pugno di neve e, senza parlare, me la preme sulla faccia e comincia a strofinarmela con forza sul naso, sugli zigomi e sulla fronte. Cerco di reagire a questo scherzo del cavolo, ma mi rassicura:

“Stai buono, il naso è tutto bianco e si stava congelando”.

Difatti, dopo qualche minuto, sento sul naso e su gli zigomi un formicolio: è la circolazione del sangue che riprende normale. Già, bisogna stare attenti anche a questo.

Verso le nove arriviamo a Kantemirovka. All’entrata della città ci viene incontro il tenente Canessa che era sparito dall’altra sera: “Sono arrivato ieri sera – ci dice – e ci dobbiamo riunire con i resti della nostra compagnia”.

Brambilla domanda se ha trovato il comando di divisione. “Né divisione, né Corpo d’Armata, né niente di niente – risponde – qui a comandarci non c’è rimasto nessuno: ma mi e stato detto che stanno preparando alcune tradotte che ci porteranno nelle retrovie per riorganizzare i nostri reparti”.

Ci inoltriamo verso il centro della città: strade e piazze sono invase da autocarri col motore acceso, pronti a partire. Stanno facendo il trasloco delle ultime casse di scartoffie e degli oggetti personali degli ufficiali dei vari Stati Maggiori e di tutte le varie Intendenze, Ispettorati, Commissariati, Comandi di Piazza, di Zona, di Tappa ecc. ecc.

Autocarri e autisti sono dell’Autocentro, i facchini sono gli scrivani dei comandi, i pochi ufficiali, ma sempre tanti, sono quelli costretti da ordini superiori a restare per le ultime incombenze.

Ci guardano: guardano questa folla di soldati, che si aggira senza meta intralciando il loro importantissimo lavoro, con occhi sbarrati di paura. Paura perché noi siamo quelli che, a una distanza ragionevole, avevamo il compito di separare i russi e la guerra dalla loro vita quasi mondana, fatta di partite a carte, di bei discorsi di alta strategia, di corteggiamenti a

qualche giovane ragazza russa che ci stava e di qualche ora al giorno trascorsa riempiendo scartoffie con l’aria di chi sta plasmando i destini dell’Italia Imperiale e Fascista.

Ora quella difesa, quella linea del fronte non c’è più “Ma allora i russi dove sono?” domandano quegli occhi impauriti!

Il tenente ci ordina di fermarci e di attenderlo. Vuole andare alla stazione per avere conferma e disposizioni per la partenza. Sulla nostra sinistra, nel cortile di un magazzino, da un autocarro distribuiscono qualcosa, forse pagnotte, a dei soldati che vi si accalcano attorno. Io ho una gran fame ma non mi muovo, non mi va di finire in mezzo a quella massa di gente che spinge, urla e sgomita, col rischio di perdere il collegamento con i miei compagni. (Solo dopo alcuni anni saprò che a distribuire quelle pagnotte era il sergente maggiore dei Bersaglieri, mio amico e paesano, Secondo Fasan).

Il tenente ritorna: “Ci sono due tradotte per i feriti e autocarri per i soldati: forse è meglio…” ma non ma a tempo a dirci cosa è meglio.

Dai lati nord ed est delle colline che circondano la vasta balka dove è situata Kantemirovka, si affacciano una ventina di T34 e sulla città arrivano le prime cannonate.

E’ il caos.

Gli autocarri vuoti, semivuoti o semipieni, così come sono, partono all’improvviso tentando di uscire dalla città verso ovest: molti si ostacolano, si scontrano, si incastrano. A terra restano quelli con i pacchi in mano e con i bauli che stavano caricando: mollano tutto e saltano sugli automezzi mentre il cannoneggiamento continua e i colpi esplodono sui magazzini, sulle case, nelle strade piene di soldati. Gli sbandati dapprima corrono in cerca di un riparo ma quando vedono partire gli autocarri vanno all’arrembaggio.

Il panico, a questo punto, fa il resto ed e il fuggifuggi generale. Tutti rincorrono i camion, si aggrappano alle sponde, saltano sui cassoni pestandosi, chiamandosi, urlando. Vedo staccare un cannone dal trattore e abbandonarlo in mezzo alla strada. Per terra restano fucili, mitragliatori, mortai, casse, macerie, viveri, feriti e morti in una scena da tregenda mentre i T34, calmi e precisi, continuano con i loro colpi a fare vuoti e distruzione.

Anche il nostro gruppo dapprima ondeggia indeciso, ma poi, malgrado le urla del tenente, ognuno corre dove crede ci sia la salvezza. Io riesco ad aggrapparmi a un autocarro che passa e quattro mani mi aiutano a salire. Dentro ci sono una decina di soldati seduti sulle panche laterali mentre sul fondo ci sono due bauli e alcuni scatoloni di carte; con noi c’è anche un capitano. L’autista sembra conoscere bene il posto perché si avvia su una strada periferica, poco battuta, che poco dopo ci immette sull’arteria principale dove un’interminabile colonna di automezzi corre verso sud-ovest. Ci inseriamo e presto siamo fuori dalla città, dalla quale continuano a uscire automezzi, slitte e soldati appiedati che prendono la nostra stessa direzione.

I carri armati russi, dall’alto delle colline a nord di Kantemirovka, continuano a sparare nel mucchio senza che nessuno cerchi di ostacolarli. La colonna avanza lentamente: ogni tanto sorpassiamo qualche appiedato e qualcuno chiede di salire: sale anche un soldato tedesco che grida: “Ich bin tiroler – sono tirolese”, per farci capire che è soltanto un austriaco, non un tedesco, anche lui ha i nostri vent’anni e le nostre angosce.

La colonna si ferma: sul bordo della strada, vicino a noi, steso per terra rigido, con le braccia alzate e gli occhi fissi che ci guardano, c’è un alpino. Forse è morto assiderato. Lo osservo dapprima con indifferenza, ma lui continua a fissarmi: sembra vivo. Lo guardo con più attenzione: sembra muovere le labbra. “È vivo – dico rivolto agli altri – datemi una mano”: appoggio il fucile a una sponda e salto giù. L’alpino è vivo e segue i miei movimenti con gli occhi sbarrati: lo prendo per un braccio per aiutarlo a mettersi in piedi ma è come bloccato, non si aiuta, non riesce a muoversi e non parla, solo mi guarda. Grido verso il camion che qualcuno venga a darmi una mano ma nessuno si muove, solo il tedesco mi capisce: guarda gli altri per un po’, salta giù e viene ad aiutarmi. Riusciamo insieme a metterlo in piedi ma non si muove: tentiamo di accompagnarlo verso il camion ma gira su se stesso, cade per terra su un fianco e rimane lì, come una statua di marmo, con le braccia alzate, nella stessa posizione di prima. Ritentiamo, ma e inutile: cade di nuovo. Mentre cerchiamo di rimetterlo in piedi per la terza volta la colonna si rimette in moto e stanno avvicinandosi anche le cannonate dei T34.

Il nostro autocarro è già lontano quando il tedesco mi dice: “Er ist Kaputt… Kaputt…” e corre ad aggrapparsi alla scaletta posteriore di una corriera militare che sta passando.

Allora tento da solo di metterlo in piedi ma scivolo sulla strada ghiacciata e gli cado addosso. Mi rialzo e con un ginocchio per terra cerco ancora una volta di sollevarlo: segnalo ai camion che passano di fermarsi, di darmi una mano ma gli autisti non mi vedono o fingono di non vedermi. Passa anche una troika carica di soldati e grido che si fermino: nessuno si degna di guardarmi o meglio, mi guardano mentre passano, ma è come se non esistessi; mi prende lo sconforto mentre le cannonate si fanno sempre più vicine. Passano veloci gli ultimi automezzi, gli ultimi soldati scappano correndo sulla strada e allora la paura prende anche me. Faccio per allontanarmi ma qualcosa me lo impedisce: l ‘alpino stringe con una mano il bordo del mio cappotto e lo tiene con forza. Sono disperato. spaventato e nella mia testa si ingigantisce e domina un solo pensiero: “devo andare.., devo andare”.

Dò uno strattone al pastrano. L’alpino mi fissa e non molla, ma poi la stretta si allenta e scappo di corsa, con un grande senso di colpa come di un Caino. Per molto tempo mi perseguiterà lo sguardo fisso di quel giovane alpino che lascio lì, disteso, sulla strada ghiacciata che viene da Kantemirovka.

Per non rimanere solo cerco di raggiungere due bersaglieri che camminano lesti davanti a me, a circa cento metri: sento il rumore di un automezzo e mi volto a guardare e un camion tedesco che si avvicina, sento un colpo di fucile e vedo ruzzolare dal cassone il corpo di un fante italiano che resta immobile sulla pista. Guardo impietrito mentre il mezzo mi sorpassa. Dentro c’è un soldato che, impassibile, sta ricaricando il suo moschetto. L’autocarro fa una cinquantina di metri ma uno dei bersaglieri, che ha visto la scena, spara dentro la cabina colpendo il guidatore: il camion sbanda e rotola giù per la scarpata. Mi metto a correre per allontanarmi e in quel momento arriva un’autocarretta italiana: si ferma e qualcuno aiuta a salire me e i bersaglieri.

Ci sediamo su un mucchio di carbone che riempie il fondo del cassone. Ci sono tre soldati e in cabina, con l’autista, c’è un giovane sottotenente. Nessuno commenta l’accaduto e proseguiamo il viaggio in silenzio.

Dopo un paio d’ore l’autocarretta si ferma: “Siamo arrivati” dice il tenente e scendiamo tutti. Ci troviamo a Bjelovodsk di fronte Comando Tappa: lì vicino c’è una cucina militare e un cuciniere mi dà un minestrone e del pane bianco fresco. Sono due giorni che digiuno e mi sento rinascere.

Mentre mi avvio al comando Tappa per sapere cosa fare o dove andare, un camion fermo lì davanti parte di corsa, improvvisamente. Altri automezzi lo seguono in disordine: dagli uffici e dalle isbe escono correndo soldati che cercano di raggiungere i camion che già stanno prendendo la strada per Voroshilovgrad. Non ho sentito niente, nessuno sparo e nessuna cannonata, ma tutti scappano e allora scappo anch’io: mi afferro al primo camion che passa e, aiutato da due soldati che sono sul mezzo, riesco a salire; sul pianale sono sparsi fucili, moschetti, un fucile mitragliatore e una mezza cassetta di munizioni. I soldati mi dicono che sono del Genio Autieri, di stanza a Voroshilovgrad, in servizio da un paio di giorni al Comando Tappa di Bjelovodsk; stamattina erano stati mandati sulla strada di Millerovo a ricuperare le armi che molti soldati avevano abbandonato nella fuga, per evitare che finissero in mano ai partigiani.

Erano appena tornati quando, vista la confusione e per paura di un attacco russo, sono risaliti sul camion e stanno scappando verso Voroshilovgrad; ma non sanno altro. Ieri pomeriggio al comando avevano detto loro che non c’era da preoccuparsi perché la linea di difesa dell’Armir resisteva, ma poi hanno visto arrivare il caos.

Io non ho più il mio fucile che ricordo di aver lasciato sul camion stamattina quando sono sceso per aiutare l’alpino. Chiedo se posso prenderne uno e mi dicono di sì. E così, alla fine, credo, della mia guerra, mi trovo con un moderno moschetto mod. ’36 al posto del modello ’91, vecchio e valoroso fucile che ha fatto la guerra contro i turchi e anche quella contro Menelik.

 

 

È l’imbrunire quando un posto di blocco ci ferma nei pressi di un ponte. Ci fanno scendere e radunare con altri sbandati in attesa. Alcuni ufficiali li stanno riunendo per reparti di provenienza. Ci sono una trentina di soldati dell’89° Rgt. ma nessuno della mia compagnia. Fatta la conta, gli ufficiali vanno a rapporto da un generale di brigata, con i risvolti di agnello sul cappotto e i paraorecchie. Dopo un breve conciliabolo il generale se ne va e noi, al comando di un tenente dell’89°, ci avviamo verso il ponte. Lo riconosco: è il ponte sul Donez che nella scorsa estate abbiamo attraversato in senso contrario.

È notte quando arriviamo a Voroshilovgrad.

___________________________________________

20 dicembre.

La sveglia viene fatta dal tenente che ci ha condotti qua ieri sera e che, dopo aver preso a tutti nome, reparto, grado e matricola, ci informa che siamo inquadrati in una compagnia di formazione ai suoi ordini. Dopo di che, in effetti, lo vediamo solo al mattino e alla sera.

Verso le 11 del mattino ci portano in un capannone dove un generale ci fa un discorso. Dice che il fronte ha ceduto per colpa della 298a divisione tedesca, che ha lasciato la linea, senza avvisare nessuno, prima dell’attacco russo aprendo così il varco al nemico. Dice che, comunque, l’impeto dei sovietici è stato fermato e che Kantemirovka è ancora saldamente nelle nostre mani.

Sinceramente ne siamo contenti: allora non è stata colpa nostra ma de tedeschi. Anche se, a pensarci bene, non avranno fatto comunque tanta fatica, le brigate corazzate russe, ad aprirsi un varco su una linea dove era rimasto, in media, un soldato con il fucile ’91 ogni dieci metri.

Ma “Radio Scarpa” dice qualche altra cosa: che l’offensiva sovietica è diretta verso sud per impedire che le armate tedesche, ormai accerchiate a Stalingrado, possano sganciarsi; dice che questa offensiva ha scardinato e messo in fuga tutto il fronte sud, da Nova Kalitva a Staingrado; che sono stati battuti, e in parte accerchiati, il 2° e il 35° Corpo d’Armata Italiani, o meglio, quello che ne rimaneva; dice che se Kantemirovka è ancora “saldamente” nelle mani degli Italiani il merito è dei russi che non avevano nessuna intenzione di occuparla in quel momento.

A dire il vero, parlandone poi con gli amici ho sentito che le nostre artiglierie hanno risposto al fuoco dei T34 e che ne hanno anche colpito uno; ma quello che ho visto io erano solo le fasi finali di un trasloco già avvenuto.

Di queste notizie, però, quella che Kantemirovka è ancora in nostre mani mi dà un po’ di pace: quel giovane alpino sarà di certo stato soccorso e ora qualcuno si starà occupando di lui.

 

Dal 10 al 19 dicembre 1942 ho vissuto i giorni più brutti della mia guerra in Russia.

Vissuti dapprima nel caposaldo, brutti non tanto per il sonno, il freddo e la stanchezza che dominavano e nemmeno per la paura alla quale, in fondo, ci eravamo abituati, quanto per la certezza di quello che sarebbe successo e con la rassegnata convinzione che non c’era scampo. Vissuti soprattutto nel dolore per i tanti compagni che, giorno dopo giorno, in un atroce stillicidio, venivano a mancare perché feriti o uccisi. Ma stranamente in quei giorni, mentre si assottigliava sempre più la tenue linea difensiva e con essa la nostra speranza di salvezza, pur consci del grande pericolo che stavamo vivendo nel caposaldo, questo era l’unica nostra certezza: una buca coperta di rami secchi di quercia, con trecento metri di trincee e Postazioni dove si viveva e si moriva. Attaccati giorno e notte, mitragliati, bombardati, feriti e uccisi, questo era il nostro unico riferimento perché qui c’erano i soli nostri amici.

Di quanto stava succedendo sui 300 chilometri di fronte dell’8a Armata si sapeva ben poco e nessuno ci disse niente: ma a noi interessava solo la vita e la morte che stavamo vivendo, ora dopo ora, in una buca su un pendio bianco di neve che digradava dolcemente sul “Placido Don”

E poi l’urto finale, lo sfondamento della linea e il nostro andare, con la speranza di trovare qualcuno dei Comandi Superiori, da un paese all’altro fino a Kantemirovka e al caos.

Questo di Kantemirovka è stato, credo il più brutto episodio di tutta la partecipazione italiana alla guerra contro la Russia: una vera e propria fuga.

L’attacco delle armate sovietiche, concentrato su un fronte già decimato dopo cinque giorni di assalti ininterrotti, dopo aver frantumato la linea dei capisaldi, aveva rigettato verso le retrovie uomini stanchi, depressi, già rassegnati a morire e che ora vedevano davanti a loro un barlume di speranza; Kantemirovka sembrava solo un rifugio ma ora, con le tradotte e i camion quasi pronti, era diventata un punto di partenza per vivere di nuovo.

I primi colpi dei T34 non hanno spaventato gli sbandati, ci voleva ben altro; infatti ci siamo limitati a cercare qualche riparo, ma quando abbiamo visto partire senza di noi i camion che dovevano portarci in salvo, allora è scoppiato il caos.

Perché è potuto accadere? Non lo so.

So che anche il resto del fronte italiano, d Nova Kalitva e fin verso Stalingrado, è stato scardinato e che altre Unità hanno vissuto in modo anche più drammatico la nostra avventura. Noi eravamo solo pedine di una scacchiera e in quei giorni ci siamo resi conto di quanto poco vale una persona quando altri si giocano la sua vita, considerata solo “numero”; in quei giorni anche le pedine come noi avevano capito che qualcosa non aveva funzionato nell’Alto Comando; abbiamo avuto l’impressione che, por imprevidenza, per incapacità, per impotenza, per mancanza di autorità e di ascendente sugli alleati tedeschi e quindi di un collegamento efficace con loro, o per tutte queste cause assieme, di fatto l’8a Armata Italiana era stata abbandonata nella steppa.

 

Non è stato certo, la mia, una bella avventura eppure, se penso ai morti, ai feriti, ai congelati, alla tragedia di quanti, accerchiati nelle sacche, hanno dovuto combattere, per giorni e giorni, nella neve e nel gelo, senza cibo e senza riposo per aprirsi un varco verso casa, se penso a quanti hanno vissuto lunghi anni di prigionia nelle tundre della Siberia, se penso agli 80.000 dispersi, sento che fra la mia e la loro guerra c’è un abisso.

Forse la mia non è stata nemmeno una guerra da raccontare.

Dislocazione della divisione Cosseria

Dislocazione della divisione Cosseria