Inizio d’autunno

La fine di settembre e il mese di ottobre trascorrono senza particolari tensioni sulla linea del fronte. “Radio Scarpa” parla di scaramucce sul fronte della nostra Armata, mentre a sud, la 6a Armata tedesca di Von Paulus tenta di sopraffare la resistenza russa a Stalingrado.

Intanto continuano i lavori di potenziamento del sistema difensivo attorno alla nostra compagnia: vengono scavati camminamenti e trincee, mimetizzati i posti di vedetta, disposti i cavalli di frisia fatti con pali di quercia, approntati i ricoveri per l’inverno che chiamiamo impropriamente “bunker”, accumulate enormi cataste di legna e ultimate anche le stalle per i muli. Stiamo preparandoci a svernare.

Ogni tanto passano, alti, degli aerei.

Sono ricognitori russi che seguono la linea del Don, come ci sono ricognitori tedeschi che fanno lo stesso lavoro dall’altra parte del fiume. Un giorno, una pattuglia di tre caccia “Rata”, passa veloce e bassa sulle nostre teste: pensiamo di essere sufficientemente mimetizzati dentro al bosco e crediamo che non ci abbiano visti ma, dopo tre o quattro minuti, passa un’altra pattuglia che comincia a mitragliare l’accampamento. Ci buttiamo nei camminamenti e nelle trincee e io trovo riparo dietro a una grossa catasta di legna. Il tenente Canessa, nella sua tenda a dieci metri da dove mi trovo, si sta facendo tranquillamente la barba fischiettando. L’ondata è passata ma si sentono da sinistra, in lontananza, altre raffiche di mitraglia e scoppi di bombe. Alzo gli occhi mentre stanno passando tre cacciabombardieri, ma stanno anche cadendo su di noi quattro o cinque bombe; scendono in diagonale dondolando come banane appese a un filo. Grido al tenente: “Bombe!”. Mi guarda, sente e d’istinto si lancia fuori dalla tenda, fa tre salti e si butta in una nicchia sotto un albero: io resto accovacciato dove sono e aspetto. Un paio di bombe scoppiano davanti a me, due o tre oltre la mi posizione. Mi alzo e giro lo sguardo: il tenente, appoggiato al tronco di una quercia, col pennello in mano, col volto mezzo bianco per il sapone e l’altro mezzo bianco dalla paura, guarda con occhi grandi così, la buca che c’è al posto della sua tenda: mutande e altra biancheria fanno bella mostra dai rami degli alberi d’intorno, ma della tenda nemmeno un pezzo. Un soldato, che si era buttato in un camminamento ha sentito un “fttt…” e si è trovato, a trenta centimetri dal naso e ben conficcata nella parete della trincea, una scheggia di bomba grande come una mano aperta. Per fortuna né morti né feriti, solo qualche danno materiale.

Ai primi di ottobre vengono allontanati dalla linea del fronte tutti i soldati di origine istriana e devo salutare il mio amico di Aidussina che se ne va. È successo che alcuni istriani, soprattutto quelli della costa orientale dell’Istria, sono scappati; forse hanno passato il Don di notte per darsi prigionieri. Ricordo che nel mese di agosto, un aereo aveva lanciato lungo il nostro fronte dei volantini – scritti in romeno e certo preparati per quelli che c’erano prima di noi – che invitavano i soldati a disertare per andare a godere le delizie del mondo comunista (per 1’occasione rappresentate da una foto nella quale si vedevano alcuni uomini nudi, palesemente denutriti che si facevano la doccia su un autocarro appositamente attrezzato alla buona). Il mio amico di Aidussina non avrebbe di sicuro tentato un’avventura del genere, voleva troppo tornare a casa sua, e gli dispiaceva che lo mandassero via.

Lo vedo ancora alto e magro, mentre ci saluta con negli occhi un senso di vergogna, quasi fosse colpa sua il fatto di essere nato istriano.

L’inizio dell’autunno, oltre al cambio del clima, si porta dietro un sensibile aumento delle azioni di disturbo, con salve improvvise di artiglieria sui comandi, con ripetuti attacchi alle nostre vedette da parte di pattuglioni nemici, che quasi tutte le notti sono al di qua del fiume, e con qualche tentativo di attacco ai capisaldi.

In una notte di metà ottobre, mentre guardo e ascolto il Don dal costone dove sono ritornato di vedetta dopo una quindicina di giorni, non sento più il silenzio delle altre volte. La sponda sinistra del fiume e Gorokovka sembrano tranquille come sempre, ma dal grande bosco dietro al paese sale un rumore sordo e diffuso. Al termine del primo turno ne parlo col capopattuglia: “Sì – risponde – sono alcune notti che lo si sente: stanno ammassando truppe e mezzi”. Quando ritorno sui costone, per il secondo turno, lo ascolto: è un ininterrotto rumore di motori e di mezzi in movimento che sale dal bosco, sordo come la notte, che si confonde col buio del cielo senza luna. Anche le stelle sembrano brillare di meno.

Una sensazione di pericolo si insinua nella mente e ci preoccupa.

Non ricordo quando è cominciato, ne chi lo abbia proposto per primo, ma da un po’ di tempo alla sera, nella nostra tenda, recitiamo tutti assieme il S. Rosario. Il sonno stenta ad arrivare perché la notte risveglia sopiti timori e il ricordo della famiglia e dei cari lontani non fa che accrescere l’ansia per il futuro, per quello che dovrà succedere, per l’ignoto cui siamo costretti ad andare incontro.

A Ivanovka, paese a sette – otto chilometri dalle nostre linee, c’è il comando dell’89° Rgt. e di vari altri reparti. Verso la fine di ottobre il capitano vuole che lo accompagni al comando. Il paese è pieno zeppo di soldati italiani. Tutti i fabbricati in muratura, oltre a molte isbe, sono occupati da una infinità di comandi: di Zona, di Tappa, di Ispettorato, di Intendenza. Tutto messo nero su bianco in grandi tabelle. Per le strade molti ufficiali vanno e vengono ben vestiti, lustrati, qualcuno sottobraccio a una donna. Se non sono crocerossine fuori servizio, e qualcuna sembra italiana, sono certamente giovani russe compiacenti. Anche i soldati sono ben vestiti, molti con le divise arrangiate fuori ordinanza, girano con grosse cartelle sottobraccio, entrano ed escono da tutti questi uffici dove i burocrati in divisa sono riusciti a riprodurre, in terra russa, un bel facsimile di ministero italiano: bevono il caffè, quello buono, prendendolo da bellissimi samovar in ottone lucidato, leggono un giornale, “FRONTE RUSSO”, stampato per la truppa dal comando dell’Armir, giornale che non è mai arrivato in prima linea e neanche in seconda, per quanto ne so parlano commentando da provetti strateghi le operazioni di quella guerra che loro non fanno.

Mi guardo intorno e, cosi vestito, con il cappotto macchiato, le scarpe chiodate sporche di polvere, con la stecca nella bustina, mi sembra proprio di essere il “villico” giunto per la prima volta in città.

 

Al ritorno verso il bosco di Kosharnji, chiedo al capitano: “Quanti siamo in Russia e, di questi, quanti sono in linea?”. Quando finisce di fare un po’ di conti, rimane stupito anche lui. Su circa 230.000 uomini, tale è la forza dell’Armir, togliendo i reparti dipendenti dalle Grandi Unità e quelli che costituiscono i vari servizi d’Intendenza e di Commissariato, soltanto 90.000 soldati circa sono impegnati in prima linea.

Degli altri, circa 40.000 costituiscono varie unita combattenti, come i reggimenti di cavalleria, i battaglioni speciali di fanteria (es: lanciafiamme), i battaglioni di “Camicie Nere” e altri che vengono impiegati per operazioni speciali o come truppe d’assalto o di contrattacco. Ma, e gli altri 100.000? Sparsi nelle retrovie, addirittura fino a Leopoli, gran parte di loro fa solo il mestiere di passare il tempo; noi raschiamo fango e loro bevono il tè.

All’accampamento ci sono le novità: sono arrivate le pellicce per foderare i cappotti, ma io non c’ero e le pellicce sono finite; per me c’è una mantellina corta che copre solo le spalle, tipo quella rossa dei vescovi, da mettere sopra il pastrano. Non me la prendo con il magazziniere della compagnia: quelle arrivate non bastavano e qualcuno doveva per forza rimanere senza. Ma l’esempio di come è la naia l’ho avuto proprio oggi a Ivanovka e il proverbio parla chiaro: chi ultimo arriva, male alloggia. Infatti le pellicce arrivano dall’Italia, e per primi se ne sono serviti tutti gli Alti Comandi, i reparti delle Grandi Unità, tutti quelli dei vari servizi di Sanità, di Intendenza, di Commissariato e di chissà che cos’altro, sparsi nelle immense retrovie dell’Armata. Se poi non arrivano ai soldati che si trovano al fronte, la colpa è solo delle circostanze.