A Ventimiglia

Sono stato assegnato all’89° Rgt. Fanteria della divisione “Cosseria” in forza alla 3 compagnia, 1° Btg. Sono arrivato ai primi di marzo del 1942.

Il mio plotone è comandato dal sottotenente Canessa, credo genovese, persona di poche parole ma che col tempo apprezzerò molto per la sua bontà e la grande umanità. Vicecomandante è un sergente laureato in filosofia, che non è riuscito al corso ufficiali perché non adatto al comando: non è cattivo, solo un po’ scontroso e quando dà un ordine non ammette discussioni.

La mia squadra è comandata dal caporalmaggiore Brambilla, richiamato della classe 1911, che nel 1937, imbarcatosi su una nave per andare a rendere fertili le terre d’Abissinia, si era ritrovato in Spagna a combattere con Franco nella guerra civile spagnola. Gli altri graduati della squadra sono Borsa e Buratto, classe 1921, anche loro, come Brambilla, della provincia di Milano.

La squadra è molto affiatata e mi ci trovo subito bene, ma credo che la serenità con la quale viviamo questa naia sia soprattutto dovuta alla presenza del “vecio” Brambilla, al suo modo di fare schietto e aperto, all’esperienza che leggiamo nel suo sguardo e al suo comportamento, cose che per noi giovani vogliono dire sicurezza.

 

 

“Naia”, diceva un tale che se ne intendeva, non è la vita militare in sé, quanto piuttosto la somma delle incongruenze e delle assurdità che la accompagnano. “Per esempio – diceva – sotto la naia le uniche cose dritte sono i manici dei badili, ma il manico del badile se non è opportunamente arcuato non riesce a bilanciare il carico sulla pala”.

“Naia”, secondo me, è un susseguirsi di ordini di due tipi: ordini sensati per i quali arriva quasi sempre il contrordine e che quindi prima di eseguire è meglio aspettare un po’, e ordini assurdi o stupidi che bisogna eseguire anche se li ha dati un caporale pazzo.

Due sono infatti gli imperativi base del regolamento militare:

1) gli ordini non si discutono

2) l’obbedienza deve essere cieca, pronta e assoluta

La naia ha di conseguenza adottato un terzo imperativo, per così dire corollario: “arrangiarsi”. Che non vuol dire soltanto “ricuperare” un gavettino che durante la notte è sparito dalla tua mensola, o riuscire ad avere un permesso extra. “Arrangiarsi” è anche l’imperativo per gli ufficiali subalterni, ai quali di solito gli ordini arrivano per caduta successiva dal Comandante in Capo, ordini che sono obbligati a eseguire anche se non ci sono ne materiali, né attrezzature, né uomini idonei.

“Arrangiarsi”, credo, è anche l’imperativo per quei Generali e quegli Stati Maggiori che, pur sapendo che non abbiamo né armi né carri armati, non si sono mai opposti con la dovuta fermezza alle manie guerriere del duce e che ora, sentendosi ordinare perentoriamente: “Voglio una armata da mandare in Russia” arrangiandosi e arrangiandola alla meno peggio, un’armata, in Russia, gliela manderanno. Lo dice “Radio Scarpa”.

 

 

“Radio Scarpa” è la più importante e la meglio informata agenzia di notizie dell’Esercito Italiano. Non ha bisogno né di microfoni né di carta stampata. Tutto quello che circola per gli Alti Uffici entro buste gialle con stampigliato in rosso “segretissimo”, dopo pochi minuti corre nel telegrafo senza fili di “Radio Scarpa”. Ecco perché i suoi dispacci sono più attendibili degli Ordini del Giorno emessi dai comandi.

Ma Russia o un altro fronte qualcosa di vero ci deve essere, se non altro per l’intensità delle esercitazioni di tiro e per le marce di allenamento che diventano sempre più lunghe, 10 o 12 ore al giorno. Al tiro ci esercitiamo a lanciare le bombe a mano, a sparare col mod. ’91 e col fucile mitragliatore.

 

Sinceramente non mi pongo mai domande difficili, ma una mattina, mentre sto aspettando il mio turno al tiro, mi torna alla mente una discussione sentita circa un anno prima a Firenze in una fureria. Da alcuni giorni i tedeschi avevano iniziato la guerra contro la Russia. Un maresciallo maggiore commentava con entusiasmo l’impeto delle armate corazzate tedesche che stavano sconvolgendo e distruggendo, con la loro “blitz krieg”, l’esercito sovietico e affermava che l’Unione Sovietica aveva ben pochi mesi di vita. Anzi, siccome “Radio Scarpa” diceva che anche l’Italia avrebbe partecipato alla guerra di Russia, pensava che se non ci fossimo affrettati saremmo arrivati troppo tardi. Un sottufficiale anziano, che lo ascoltava sorridendo, lo lasciò parlare e poi disse: “Le probabilità che i tedeschi vincano contro i Russi sono altrettante di quelle che ha un topolino che tenti di far cadere un elefante: all’inizio gli può far paura ma alla fine ne rimarrà schiacciato. Perché i russi hanno dalla loro parte due fattori invincibili: lo spazio e l’inverno. L’esercito tedesco non riuscirà mai a occupare tutta la Russia e tutta la Siberia e non potrà resistere d’inverno se sarà troppo lontano dalle sue basi logistiche. Napoleone arrivò a Mosca ma poi si ritrovò alla Beresina e la stessa cosa toccherà ai tedeschi”.

“Ma non vorrai paragonare i mezzi di oggi con quelli che aveva Napoleone?” lo interruppe il maresciallo.

“Ogni guerra – ribatté il sottufficiale – viene fatta con le armi e i mezzi del proprio tempo; allora combattevano con i fucili ad avancarica, ora con le armate corazzate. Ma restano sempre a favore dei russi lo spazio e l’inverno. E c’è un’altra considerazione da fare: che i tedeschi vanno contro la Russia con armate di carri corazzati e truppe trasportate; noi, se ci mandano là, ci andremo a piedi e col fucile ’91 proprio come Napoleone”.

Ora mi rendo conto di quanto avesse ragione.

Di fatto le marce forzate che ci fanno fare a cosa mai dovrebbero servire se non ad allenarci per camminare a piedi? Finora non ho mai visto che ci siano autocarri per il trasporto delle truppe. La compagnia ne ha alcuni per il trasporto delle attrezzature e dei servizi del Comando, ma le armi pesanti (pesanti per modo di dire) come le mitragliatrici Breda, i mortai e le relative munizioni sono sempre state trasportate da reparti “someggiati”, aggettivo che vuol dire “sulla schiena dei muli”. Perciò andremo in Russia col fucile ’91 e i muli al posto degli autocarri perché, come dice la “naia”, i fanti sono motorizzati a piedi.